mercoledì 2 giugno 2010

Greenberg

di Noah Baumbach, 2010
visto a Parigi, cinema Mk2 Bastille. Copia 35mm.

Attraverso i suoi personaggi borderline catapultati loro malgrado in un mondo che non è pronto ad accoglierli, Baumbach - ebreo newyorkese - racconta con ironia e profondità la Los Angeles delle contraddizioni, delle abitudini insensate, degli sprechi e delle paranoie e ne fa una metafora raffinata della società americana della grande crisi anni Duemila. Il legame apparentemente impossibile tra due (diversi?) modelli di looser si cementa - malgrado i protagonisti stessi - su di un bizzarro tipo di armonia, una sorta di invisibile ed incontrollabile sfera che li difende dal mondo esterno tramite una istintiva e quanto mai onesta tenerezza. Baumbach scava in profondità nella città e nelle persone, riportando miracolosamente alla superficie dello schermo personaggi veri, verissimi, complicati ed impossibili da non amare.
Le vite dei protagonisti si consumano - non per forza nell‘accezione negativa del termine - in luoghi a loro inadatti: troppo grandi (la vuota villa del fratello di Ben Stiller a Laurel Canyon), troppo piccoli (l‘automobile di Greta Gerwig, il cui soffitto sembra opprimere la sua proprietaria più del carro armato di Lebanon), troppo in (il ristorante Musso and Frank con i suoi camerieri in giacca bianca), troppo assurdi (la clinica per cani con un conto da 3000 dollari, il taxi per animali). Ma nel loro essere sempre ed inevitabilmente fuori luogo, Florence e Roger tradiscono un genuino, sanissimo - ed in altri tempi anche americanissimo - desiderio di ricerca della felicità che non possiamo non ammirare.

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