di Dennis Hopper, 1969
visto a Parigi, cinema Reflet Medicis. Copia nuova 35mm.
Vedere Easy Rider al cinema è un’esperienza fondamentale, imprescindibile e formativa nella vita di uno spettatore.
Per viverla, è necessario immergersi completamente nel luogo in cui ci si trova. Sentire sulla schiena il leggero ma familiare fastidio che dà lo scadente materiale sintetico con cui sono fatte le poltrone dei cinema non antichi, ma nemmeno appena costruiti. Ascoltare il leggero e costante rumore del proiettore venire da dietro le spalle, e qualche volta persino sovrapporsi nella testa al suono forse troppo attutito della colonna ottica di una copia non proprio perfetta. Vedere lo sporco sui fotogrammi, le giunte fatte da chissà quante mani in chissà quante cabine di proiezione. Guardare i colori e domandarsi se siano sempre stati così o se si siano guastati con il tempo.
Easy Rider non lo si può capire davvero dentro una televisione, per quanto grande e definita essa possa essere. L’ho capito la prima volta che sono riuscito a vederlo in proiezione, dentro un cinema vero.
Easy Rider non è un film come gli altri e non può essere ipocritamente vivisezionato alla luce dei canoni accademici dell’analisi del film, secondo i quali una sola persona si può arrogare il diritto di spiegare ieraticamente agli altri, attraverso dieci fotogrammi e mille parole, che cosa volesse dire il regista in una certa sequenza. Easy Rider non ha nemmeno un vero regista. E di certo non può essere spiegato.
Un esempio. Non cercate di capire cosa significhi la sequenza del cimitero. Immaginatevi piuttosto di avere seduto a fianco, che so, Gian Luigi Rondi. Visualizzatelo. Sentite il lembo della sua giacca che vi carezza fastidiosamente la gamba. Spostatevi un po’ a sinistra. Guardatelo con la coda dell’occhio. Anzi, no. Giratevi verso di lui. Fissatelo. Guardate la sua faccia mentre fissa sullo schermo quattro attori di hollywood in acido che, ripresi da una troupe in acido, si aggirano per un cimitero. Guardatelo mentre cerca, solo apparentemente impassibile, qualcosa in mezzo a quel marasma di corpi umani. Di fermi macchina. Di esposizioni sbagliate. Di zoom manovrati da mani insane.
State sorridendo, forse. Forse sentite da qualche parte nello stomaco un tepore, come un senso indefinito ma potente di appagamento. Vi hanno sempre insegnato che è sbagliato, ma questa volta non c’è niente che possiate davvero fare per fermarlo.
Sorridete senza paura, e tornate a voltarvi verso lo schermo.
Questo è Easy Rider.






