venerdì 23 aprile 2010

Lovely Bones

di Peter Jackson, 2010
visto a Parigi, cinema MK2 Montparnasse. Copia nuova proiezione digitale.

L’altro giorno, per puro caso, ho rivisto dopo tanti anni The frighteners. Era il 1996, a produrre era un Robert Zemeckis reduce da felici esperienze televisive e come sempre molto in vena di sperimentare, e - udite udite, notizia sconvolgente - a dirigere era Peter Jackson. Sì, proprio lui, quello degli insopportabili - perdonatemi, se potete - signori e compagnie degli anelli vari. Avrei dovuto sospettare qualcosa visto che ad una sua vita precedente va anche attribuito lo straordinario mockumentary Forgotten Silver, che dopo un’approfondita indagine su IMDB scopro essere stato realizzato soltanto un anno prima di The frighteners.
Evidentemente la metà degli anni Novanta è stato un periodo di grande creatività per il nostro oggi ben più ricco, ma forse molto meno stimolato, Peter Jackson. Eh già, perché a distanza di quindici anni, con questo suo Lovely Bones ci ha proprio presi in giro per bene: ha comprato un romanzo di successo e dalla trama stimolante, lo ha edulcorato di tutto quel che avrebbe potuto anche solo vagamente infastidire il suo puritanissimo pubblico, e ha trasformato il tutto in un freddissimo spot di due ore per la sua azienda di effetti digitali. Imbarazzante. Forse per via della presenza di Zemeckis - personaggio di tutt’altra levatura nella storia dell’industria cinematografica hollywoodiana, The frighteners sperimentava con intelligenza le recenti nuove tecnologie senza mai fare di esse un personaggio invadente, ma semplicemente utilizzandole per incrementare la spettacolarità di una storia ben scritta, pensata, piena di ironia e trasformata in immagini prima di tutto grazie ad un cast e ad una direzione dello stesso tutt’altro che banale. In Lovely Bones succede esattamente il contrario: quel che di più interessante c’era nel romanzo di partenza viene messo da parte con l’intento palese di dare spazio alle scene più fantasiose e sbizzarrirsi così ad ammorbare il povero spettatore con infinite sequenze ambientate in un limbo fricchettone che vorrebbe commuovere ma che finisce per farci ridere nei brevi momenti in cui ci risvegliamo dal torpore. E il delirio di onnipotenza digitale raggiunge il suo apice nella sequenza finale, nella quale un’ambientazione in tutto e per tutto realistica - e pertanto realizzabile con una spesa ed un impegno irrisori, ci viene gratuitamente sbattuta in faccia con tutta la violenza di una computer grafica da videogioco del Commodore 64.
La domanda, è: perché? Perché ancora oggi a rivedere The frighteners o Jurassic Park o persino Titanic, gli effetti non disturbano affatto, mentre il moderno Lovely bones diventa ridicolo nelle sue inutili apoteosi tecnologiche? Io credo che la risposta sia, molto semplicemente, nella storia, nel bisogno di un regista di raccontarla, nella reale necessità di trasmetterla ad uno spettatore. In definitiva nel crederci, da una parte e dall’altra dello schermo.

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