Di Henry Hathaway, 1953.
Visto a Parigi, cinema Action Christine, copia 35mm.
Marilyn Monroe, stretta in un mozzafiato vestito rosso, esce dal suo bungalow ed attraversa sotto lo sguardo ipnotizzato degli astanti la terrazza del residence. Fa mettere su il disco di Kiss, poi va a sedersi e lamentando velatamente la mancanza di alcolici incomincia a canticchiare, quasi persa nelle parole della canzone, aspettando che la bomba innescata faccia il suo dovere. Dopo un minuto che sembra un‘eternità, l'ordigno esplode: Joseph Cotten esce dal bungalow come un pazzo, interrompe brutalmente le danze e rompe il disco in mille pezzi ferendosi la mano. Lei guarda la scena senza fare una mossa, immobile, impassibile, solo un po‘ compiaciuta, come lo è chi guarda un meccanismo ben oliato funzionare alla perfezione.
Niagara esaurisce la sua trama da noir classico nei primi venti minuti. Poi diventa un‘altra cosa. Il cattivo, la dark lady, l‘amante, l‘investigatore. Come dei fantasmi, le pedine di un gioco banale si dissolvono lasciando spazio a quegli americani del malessere che da qualche anno Tennessee Williams ha incominciato a raccontare senza filtri. Dietro al complotto non si nascondono denaro e potere, ma solo il crudele disprezzo per un uomo incapace di riprendersi dalla guerra, sessualmente insoddisfacente, privo di punti fermi. Un uomo divenuto inutile. Tutto qui. Non ci sono veri cattivi, non ci sono vere vittime. C‘è una malattia che dilaga e che si porta dietro tutto quello che incontra. Un‘insoddisfazione, un‘infelicità, una specie di depressione diffusa ma assolutamente individuale, non condivisibile col prossimo. Sullo sfondo, ignara ed impotente, l‘America del conformismo turistico delle Niagara Falls, dei viaggi premio, degli esuberanti capitani d‘industria appassionati di pesca.
Henry Hathaway affronta questo moderno dramma sociale senza limiti né preconcetti, dirigendolo come un vero thriller pieno d‘azione e di colpi di scena e con uno strabiliante lavoro sui colori.

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