domenica 29 novembre 2009

Klute

di Alan J. Pakula, 1971.
visto a Parigi, cinema Grand Action, copia 35mm.
Nel presentare questo film, Bernard-Pierre Molin dice che “al di là di un thriller perfettamente riuscito, siamo di fronte ad un film chiave degli anni Settanta“. Ed è assolutamente vero. Realizzato solo tre anni dopo il 1968, Klute ne è già un lucido superamento. Basta dare un‘occhiata ai personaggi per accorgersene: una call girl che mentre il mondo scopriva l‘amore libero viveva a Park Avenue con i proventi del suo lavoro, un silenzioso poliziotto di provincia improvvisatosi investigatore privato, una coppia di eroinomani messi maluccio, un capitano d‘impresa che va agli appuntamenti in elicottero. Gente cinica, forse ignorante, senza ideali, che il Sessantotto lo ha sfruttato, lo ha saltato a piè pari o lo ha usato per autodistruggersi. Intorno a loro c‘è un mondo sporco, inquietante, incerto. Un mondo eterogeneo e caotico fatto di bassifondi e alta moda, discoteche dal sapore vagamente warholiano, yuppies ante litteram e teatranti fricchettoni.
Il cattivo sembra una sinistra prefigurazione del Patrick Bateman di Bret Easton Ellis, e Jane Fonda - meritatamente premiata con l‘Oscar - non ha paura di provocare l‘immobile ma non per questo piatto Donald Sutherland parlandogli di sesso in termini decisamente spinti. Pakula racconta un‘America disillusa, decadente, senza più punti fermi né solide alternative. Un‘America che corre già velocissima verso gli anni Ottanta.

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