venerdì 6 novembre 2009

Repubblica Nostra

di Daniele Incalcaterra, 1995.
visto a Parigi, copia dvd.
Piercamillo Davigo trattiene la rabbia con quel tipo assolutamente unico di contegno che chi ha avuto a che fare da vicino con uomini di legge sa riconoscere lontano un miglio. Giovanni Maria Flick gli sta spiegando che se il governo ha appena approvato il decreto Biondi è per colpa loro, del loro essere divenuti figure mediatiche e pertanto intoccabili dai normali organi di revisione.
Il candidato operaio di Arese combatte una lotta già persa in partenza contro la propria inadeguatezza politica.
Antonio Di Pietro legge a nome del pool di Mani Pulite una dichiarazione durante la conferenza stampa convocata per annunciare che l'intero gruppo ha richiesto di essere destinato ad altri incarichi perché "quando la legge, per le evidenti disparità di trattamento, contrasta con i sentimenti di giustizia e di equità, diviene molto difficile compiere il proprio dovere senza sentirsi strumento di ingiustizia”.
Le parole, gli sguardi, i movimenti dei dipendenti della società di sondaggi che intervista senza sosta gli italiani sulle loro preferenze politiche, su quel che vorrebbero da un nuovo partito, sul loro ritenersi o meno “di centro”.
Gianni Pilo che illustra le ragioni della propria candidatura ad un uditorio di studenti milanesi.
Questo film documentario prodotto da una società francese e girato in 35 millimetri nei mesi in cui si annunciava al mondo la fine di quella che oggi non abbiamo più nemmeno il coraggio di chiamare “prima repubblica” è una scoperta straziante. Per chi ha la mia età rappresenta forse il primo vero momento di confronto diretto con la Storia. Mi ricordo come fosse ieri mio padre che in costume da bagno difendeva il decreto Biondi. Veltroni era ancora direttore de L'Unità. Ma questa, temo, è un'altra storia.
Repubblica nostra noi italiani non lo abbiamo voluto vedere perché a differenza di alcuni mediocri e ben più illustri instant-movie di denuncia buoni per indignarsi un mesetto, è un vero documento. Non è un film che i cattivi ci hanno impedito di vedere. È una testimonianza scomoda, una cosa brutta che conviene lasciarsi alle spalle e che di comune accordo abbiamo preferito non consegnare alla storia. Le immagini, lontane anni luce dall'estetica (tele)giornalistica su cui si è costruita la nostra percezione di quegli anni e non solo, raccontano persone vere, non icone. La colonna sonora supera il rumore bianco del microfono tenuto in mano dall'inviato di turno al Palazzo di Giustizia di Milano. Quel che sentiamo, qui, viene da una zona lontana dal primo piano: viene dalla folla assiepata per tirare le monetine, per urlare, per farsi sentire. E la cosa strana è che non è una folla violenta e animale, non è una massa che fa paura. Siamo noi? Forse sì, forse no. È difficile parlar chiaro delle cose dimenticate.
La confezione indiscutibilmente cinematografica di questo lavoro mi costringe a fare i conti con la banalità del fatto che il formato video e la macchina a mano non sono automaticamente sinonimo di reale e non artefatto, e che la verità – la nostra verità - risiede in uno strato ben più profondo e lontano dalla superficie delle immagini.
Ringrazio Stefano Missio per aver reso possibili questi scampoli di riflessione attraverso l'inadeguata ma salvifica forma di un dvd copiato.

Nessun commento: