visto a Parigi, copia dvd.
Piercamillo Davigo trattiene la rabbia con quel tipo assolutamente unico di
contegno che chi ha avuto a che fare da vicino con uomini di legge sa
riconoscere lontano un miglio. Giovanni Maria Flick gli sta spiegando
che se il governo ha appena approvato il decreto Biondi è per colpa
loro, del loro essere divenuti figure mediatiche e pertanto
intoccabili dai normali organi di revisione.
Il
candidato operaio di Arese combatte una lotta già persa in partenza
contro la propria inadeguatezza politica.
Antonio
Di Pietro legge a nome del pool di Mani Pulite una dichiarazione
durante la conferenza stampa convocata per annunciare che l'intero
gruppo ha richiesto di essere destinato ad altri incarichi perché
"quando
la legge, per le evidenti disparità di trattamento, contrasta con i
sentimenti di giustizia e di equità, diviene molto difficile
compiere il proprio dovere senza sentirsi strumento di ingiustizia”.
Le
parole, gli sguardi, i movimenti dei dipendenti della società di
sondaggi che intervista senza sosta gli italiani sulle loro
preferenze politiche, su quel che vorrebbero da un nuovo partito, sul
loro ritenersi o meno “di centro”.
Gianni
Pilo che illustra le ragioni della propria candidatura ad un uditorio
di studenti milanesi.
Questo
film documentario prodotto da una società francese e girato in 35
millimetri nei mesi in cui si annunciava al mondo la fine di quella
che oggi non abbiamo più nemmeno il coraggio di chiamare “prima
repubblica” è una scoperta straziante. Per chi ha la mia età
rappresenta forse il primo vero momento di confronto diretto con la
Storia. Mi ricordo come fosse ieri mio padre che in costume da bagno
difendeva il decreto Biondi. Veltroni era ancora direttore de
L'Unità.
Ma
questa, temo, è un'altra storia.
Repubblica
nostra
noi italiani non lo abbiamo voluto vedere perché a differenza di
alcuni mediocri e ben più illustri instant-movie di denuncia buoni
per indignarsi un mesetto, è un vero documento. Non è un film che
i cattivi ci hanno impedito di vedere. È una testimonianza scomoda,
una cosa brutta che conviene lasciarsi alle spalle e che di comune
accordo abbiamo preferito non consegnare alla storia. Le immagini,
lontane anni luce dall'estetica (tele)giornalistica su cui si è
costruita la nostra percezione di quegli anni e non solo, raccontano
persone vere, non icone. La colonna sonora supera il rumore bianco
del microfono tenuto in mano dall'inviato di turno al Palazzo di
Giustizia di Milano. Quel che sentiamo, qui, viene da una zona
lontana dal primo piano: viene dalla folla assiepata per tirare le
monetine, per urlare, per farsi sentire. E la cosa strana è che non
è una folla violenta e animale, non è una massa che fa paura. Siamo
noi? Forse sì, forse no. È difficile parlar chiaro delle cose
dimenticate.
La
confezione indiscutibilmente cinematografica di questo lavoro mi
costringe a fare i conti con la banalità del fatto che il formato
video e la macchina a mano non sono automaticamente sinonimo di reale
e non
artefatto,
e che la verità – la nostra
verità - risiede in uno strato ben più profondo e lontano dalla
superficie delle immagini.
Ringrazio
Stefano Missio per aver reso possibili questi scampoli di riflessione
attraverso l'inadeguata ma salvifica forma di un dvd copiato.
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