di Sam Mendes, 2009.
Visto a Parigi, cinema UGC Bercy, copia 35mm.
Esco dal cinema al settimo cielo per aver visto – cosa più unica che rara – un film che parla di me. Non avendo mai creduto nell'idea di film o di opera “generazionale”, non impiegherò le righe che seguono per attribuire a Sam Mendes il ruolo di portavoce di una fascia di età o di una qualsivoglia fetta di popolazione mondiale.Non posso tuttavia nascondere che i protagonisti di questa storia vivono un voler essere nella società, un cercare disperatamente un posto che sia davvero proprio e non freddamente adeguato ad un cliché da estranei attribuito, o forse più genericamente un sentimento della propria esistenza e delle proprie contraddizioni che mi sono assolutamente propri e che penso di poter attribuire senza sbagliare a tante altre persone che abbiano quanto meno un'età non troppo distante dalla mia.
Già in Revolutionary Road si intravedevano questi temi, risolti però raccontando una storia estrema e nera, tratta da un romanzo di cinquant'anni fa e per questo resa in qualche modo “più facile”, più esemplare e meno dolorosa in quanto allontanata dal nostro quotidiano.
Questa volta invece Sam Mendes ha il coraggio di affrontare di petto i dubbi e le difficoltà dell'essere tra i trenta ed i quaranta in una società che costruisce le proprie certezze su categorie prestabilite ed inamovibili, e lo fa senza più il filtro dell'ambientazione d'epoca e della parabola drammatica: Away we go è una storia banale, normale e quotidiana in forma di commedia, ed è proprio dal suo essere vicenda ordinaria che trae la sua forza e quella potentissima sensazione di realtà che ci viene messa davanti senza mediazioni né trucchi. Non c'è sangue, qui. Non ci sono morti eclatanti né arredi d'epoca a proteggerci dalla vita. Ci sono lavori assurdi, incertezze e senso d'inadeguatezza, riferimenti che crollano sotto il peso dell'egoismo, ma anche l'ironia ed il coraggio grandioso di farsi promesse che si vorrebbe esser capaci di mantenere davvero.
Prendere o lasciare. Accettare – e rifletterci sopra - o coprirsi gli occhi invocando l'inferiorità della commedia. Intanto, incominciare a leggere Dave Eggers.
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