mercoledì 11 novembre 2009

Tierra de Avellaneda

di Daniele Incalcaterra, 1993.
Visto a Parigi, copia dvd. 

Mentre l'Argentina cerca di presentarsi al mondo ed a se stessa come un paese moderno, c'è un gruppo di antropologi forensi indipendenti e slegati da qualsiasi organismo politico che si impegna a cercare di dare un nome ai trecento corpi che stanno nella fossa comune di Avellaneda. Una ragazza di vent'anni cicciona che vive con il marito disoccupato e i suoi due figli in una casa che ha molto della baracca e poco dell'appartamento decide di mettersi alla ricerca della sua famiglia, sterminata in sua presenza quando nel 1976 aveva quattro anni.
Non c'è nessun tipo di retorica in questo film. Solo un susseguirsi di immagini e di personaggi, la maggior parte dei quali sono straordinariamente silenziosi. Forse semplicemente perché hanno troppo da fare per fermarsi a parlare. Scavano, cercano di catalogare tutti i pezzi del più orrendo dei puzzle. Li dividono, li compongono, li inscatolano come fossero reperti archeologici. Il loro continuo ritornare segna con un ritmo preciso il passare monotono del tempo, di un tempo infinito scandito con regolarità dalle proteste non sempre affollate delle madri, dalle sigarette fumate dal pubblico ministero e dalla nuca del generale che si difende citando articoli della costituzione a suo dire correttamente interpretati.
Non ci sono lacrime, solo un mesto pianto quasi di circostanza al funerale della famiglia ritrovata e sconosciuta. C'è invece una freddezza nitidamente meccanica: freddo è il silenzio di quelli che scavano, fredde le lunghe telefonate per confrontare le analisi di laboratorio, freddo il racconto in cui riaffiora la memoria della sera della strage e freddo lo sguardo di chi raccoglie per l'ennesima volta una testimonianza dell'orrore. È una freddezza terribile, molto più terribile di qualsiasi pianto, perché è la freddezza dell'abitudine e dell'impossibilità di trovare una ragione. Non è una freddezza frutto della rassegnazione, anzi. È piuttosto un'armatura, una difesa apparentemente impenetrabile costruita dalla necessità e che in fondo rende uguali tra loro personaggi che di uguale non hanno nulla. È la freddezza del trauma mai superato.
Daniele Incalcaterra racconta, con il suo sguardo di una semplicità sconcertante, la storia molto personale di una responsabilità collettiva. E ci mette davanti a dei fatti puri, semplici, indiscutibili.

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