di William Wyler, 1940.
Visto a Parigi, cinema Action Christine, copia 35mm.
Tratto da Somerset Maugham, adattato per il cinema da Howard Koch due anni prima di Casablanca, diretto da un William Wyler nemmeno quarantenne.
Una colonialissima e magnetica Bette Davis uccide a sangue freddo un uomo, e noi con lei. Una sequenza a dir poco memorabile. Ovviamente c‘è sotto qualcosa, qualcosa di torbido e poco chiaro. Il suo avvocato, amico di famiglia di vecchia data, lo capisce subito. Ma provateci voi a tirar fuori la verità da quegli occhi grigi e polari, capaci di immobilizzare all‘istante qualunque preda con un solo, minimo e calibratissimo movimento. Difficile credere che quel babbeo del marito - un semplicione che fa il gestore di piantagioni in questa umida Singapore al gusto di Studios e comparse orientali residenti a El Monte - possa amare incondizionatamente e senza l‘ombra di un sospetto un essere così palesemente perverso.
Eppure è così. Tutto passerebbe senza problemi in questa specie di terra di conquista in cui il crimine paga alla grande, se non fosse per una misteriosa bellezza eurasiatica (svedese fuori dallo schermo) talmente minacciosa nel suo notturno e felino guardare, da riuscire a ridurre la turpe e colpevole protagonista al rango di una dodicenne consapevole di meritare una giusta punizione per la marachella appena compiuta.
Un racconto di ingiustizia e vendetta senza grandi novità, costruito sulla sola Bette Davis che si ritrova - nel suo assoluto splendore - circondata da coprotagonisti non esattamente in grado di tenerle testa. Un bellissimo esercizio di stile, però: un‘ora e un quarto passati a rifarsi gli occhi e la testa guardando un geniale architetto di storie al lavoro.

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