sabato 28 novembre 2009

Capitalism: a love story

di Michael Moore, 2009.
Visto a Parigi, cinema UGC Gobelins, copia 35mm.

Michael Moore, purtroppo, non mi piace più granché. Ha preso a partire da Fahrenheit 9/11 la brutta abitudine di insistere sul dolore e sulle lacrime con una sinistra passione da televisione italiana. Dopo la madre repubblicana del soldato morto in Iraq e l‘eroina dell‘11 settembre, questa volta è il turno della figlia di una donna morta troppo giovane. Tutte scene che, se eliminate dai rispettivi documentari, non avrebbero cambiato di una virgola la reazione degli spettatori di fronte alla gravità di quanto raccontato, ma avrebbero mantenuto intatte l‘onestà e la sincerità con cui un regista dovrebbe presentarsi al suo pubblico.
Sono sempre stato convinto che il modo in cui gli intellettuali fanno politica debba essere diverso da quello in cui la fanno i politici. Il ricorso a stratagemmi meccanici, a trucchi per scatenare reazioni pavloviane e a strumenti di esagerata semplificazione da campagna elettorale non fa parte a mio avviso delle possibilità da ritenersi lecite per chi voglia stimolare una profonda riflessione attraverso l‘uso di un mezzo di comunicazione. Capitalism parte da un‘idea interessante ma finisce per essere confuso nel suo arrogante tentativo di imporre una tesi decisamente banale e non particolarmente nuova. Questo Michael Moore mi pare sinceramente troppo preso da se stesso e lontano anni luce dal regista geniale e sincero che aveva smosso le coscienze con i rivoluzionari Roger and me e Bowling a Columbine.

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