Visto a Parigi, cinema UGC Bercy. Copia 35mm.
Tre minuti dopo l'inizio della proiezione ti metti comodo sulla poltrona e pensi di aver fatto una buona scelta. Dieci minuti più tardi il sospetto che qualcosa non vada incomincia a farsi strada nella testa, inesorabilmente. Alla mezz'ora prende il sopravvento fortissimo un sentimento misto di noia ed indignazione.
Tre minuti dopo l'inizio della proiezione ti metti comodo sulla poltrona e pensi di aver fatto una buona scelta. Dieci minuti più tardi il sospetto che qualcosa non vada incomincia a farsi strada nella testa, inesorabilmente. Alla mezz'ora prende il sopravvento fortissimo un sentimento misto di noia ed indignazione. District 9 è una mestissima operazione commerciale nata con ogni probabilità dall'idea di una persona intelligente e da un desiderio imprenditoriale di mettere in piedi in tempi brevi una Hollywood sudafricana, costruita rimaneggiando idee visive preesistenti e già a loro volta sopravvalutate (la finta telecamera amatoriale di Cloverfield) o citazioni colte di una gratuità persino offensiva (l'estetica della trasformazione di Tetsuo).
È impossibile non tirare in ballo la parola moralità quando ci si trova di fronte a film come questo, prodotti da vetrina che in quanto tali vengono astutamente (e molto cinicamente) confezionati facendo ricorso a quel che il momento offre: tematiche di attualità e soluzioni estetiche all'avanguardia. Che tristezza.
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