lunedì 26 ottobre 2009

My own private Idaho

Di Gus Van Sant, 1991.
Visto a Parigi, cinema Grand Action. Copia 35mm.
Gus Van Sant è forse l'unico vero erede della beat generation cinematografica di Robert Frank e William Burroughs, fautore di un cut-up non edulcorato ed anzi purissimo, che vive in una forma mentis del tutto estranea al film ma che film diventa per istinto, non certo per scelta razionale.
Due storie, due soggetti antagonisti che nascono l'uno dalla strada, l'altro dalla lettura shakespeariana dell'Enrico IV, si uniscono in un solo unitario racconto che prende vita prepotentemente nei cieli, nei corpi, nei suoni di un'America annoiata dalla propria bellezza, divenuta spietata e crudele come reazione all'abitudine, forse ancora capace di sedurre ma soltanto in fondo per attirare le sue vittime.
Mentre il suo Paese chiude gli occhi ed apre le danze inaugurando una stagione di ipocrisia che forse soltanto oggi incomincia ad intravedere i propri pesantissimi limiti, Van Sant - come fece Kerouac quarant'anni prima di lui – reagisce attaccando e sorprende il suo avversario con la violenza di una sincerità sfacciata, esibita senza inganno, incontestabile. 

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